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Analisi fenomenologica di Es 3 14

2026, Alessandro Corsi, Scritti di filosofia della religione, KDP

Abstract

Breve capitolo tratto dal libro Scritti di filosofia della religione. Lettura di Esodo capitolo 3, come fenomenologia della origine e della forma della religione.

13. Analisi fenomenologica di Esodo 3, 14 Dif$icile è stabilire precisamente il signi$icato del testo di Es 3,14, ma la cosa non è rilevante in sede di storia degli effetti di quel testo. Di fatto si danno almeno tre interpretazioni-traduzioni diverse di questo testo, che hanno rilievo dal punto di vista storico-$iloso$ico: - Vulgata “ Ego sum qui sum” - greco Septuaginta: “εD γωG ειDμι οK ωLν” - ebraico Testo Masoretico: ‫( ֶא ְהי ֶה ֲאשֶׁר ֶא ְהי ֶה‬ejeh asher ejeh) - traduzione Buber-Rosenzweig: “Gott sprach zu Mosche: Ich werde dasein, als der ich dasein werde”. Filone alessandrino legge la traduzione greca e Agostino quella latina e, sebbene le due traduzioni sembrino dire due cose diverse, entrambi i $iloso$i sembrano intendere invece allo stesso modo. In italiano la versione greca dice “io sono l’essente (o anche l’ente) (o anche colui che è )”, la parola (οK ) ωLν è infatti il participio presente del verbo essere, che si può lasciare come tale in italiano “l’essente” (ente) oppure si può sciogliere in una proposizione relativa “colui che è ”. Questa traduzione sembra favorire l’interpretazione che identi$ica Dio con l’essere. La traduzione latina in italiano diventa “io sono colui che sono”, il nesso relativo è infatti esplicitato e posto in prima persona, soggetto già del primo “io sono”. Essa sembra favorire un’interpretazione che evidenzia il “riserbo di Dio”, il suo sottrarsi alla richiesta di rivelare il suo nome. In conformità con la summenzionata teoria della equivalenza nome=essenza della cosa, Dio ri$iuta di rivelare il suo nome per non cadere nel dominio dell’uomo. Cosa che pare confermata dal comandamento che vieta di pronunciare il nome proprio di Dio, JHWH (‫)יהוה‬. Quanto al testo ebraico, ejeh asher ejeh (‫ ) ֶא ְהי ֶה ֲאשֶׁר ֶא ְהי ֶה‬propongo, sebbene non sia oggetto immediato di questo studio, come versione accettabile la versione tedesca della traduzione della Bibbia di Buber e Rosenzweig: “Ich werde dasein, als der ich dasein werde”, vale a dire in Italiano: “io ci sarò come colui che (io) ci sarò ”, una interpretazione che evidenzia il fatto che il nome di Dio contiene in sé una promessa e un richiamo alla fede come $iducia nell’intervento divino. Il testo di Es 3, 14 è citato in “sed contra” dell’articolo 3 della Quaestio seconda della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, “an Deus sit”, in cui egli espone le sue famose “cinque vie”. Mosè sta pascolando il gregge di suo suocero Jethro. Questa è la vita “ordinaria”, la “normalità ” e l’abitudine: le cose vanno cosı̀ da sempre. non c’è storia, non c’è mutamento, non c’è né progresso né evoluzione: “nihil sub sole novum”. Questa ordinarietà è l’eterno ritorno dell’identico. In questa piatta ordinarietà accade qualcosa di diverso, di “nuovo”, di strano: c’è un roveto che arde senza ridursi in cenere, senza consumarsi. La “scienza” dell’ordinario sa che il fuoco produce cenere… ma in questo caso la cosa non accade. Il fenomeno produce in Mosè la curiosità di vedere e sapere, produce sopratutto la sua fonte: la meraviglia, lo stupore. Mosè si avvicina per vedere più da vicino, con i propri occhi, e capire perché il roveto non si consuma. “Scire per causas est”… conoscere il perché , la causa. “Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è , in certo qual modo, $ilosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché , se gli uomini hanno $ilosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al $ine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica”. (Aristotele, MetaFisica, 982b-983a, trad. di Giovanni Reale) Dalla meraviglia può nascere la scienza, ma può nascere anche la religione o la $iloso$ia. “Scienza” signi$ica saper ricondurre il fenomeno alla sua causa, come direbbe Dilthey la scienza è erklären spiegare. “Filoso$ia” signi$ica cercare di comprendere, interpretare alla luce della domanda sul senso dell’essere, come direbbe ancora Dilthey $iloso$ia è verstehen, comprendere. “Religione” è restare nella meraviglia, rinunciare a ricondurre lo straordinario all’ordinario e, perciò , “inginocchiarsi” dinanzi all’in$inito che si manifesta nel $inito. Tutti e tre questi atteggiamenti sono necessari e imprescindibili, perchè il riconoscimento della “inspiegabilità ” dell’evento deriva dall’aver compiuto il tentativo di spiegarlo (scienza); il riconoscimento e l’esperienza della “incomprensibilità ” dell’evento apre a un cambiamento di prospettiva, a un mutamento di paradigma, che liberamente l’uomo può fare ponendo di nuovo la domanda sul senso ($iloso$ia). Come dice Aristotele nelle esempio dell’esercito in fuga, di cui sopra: "Cosı̀ in battaglia, quando l'esercito si è volto in fuga, se un soldato si arresta, si arresta pure un secondo, e poi un altro ancora, sino a che si giunge al principio dello schieramento. L’anima è costruita in modo tale da poter subire ciò ” (Aristotele, Analitici II, 19, 100a (trad. Colli, Einaudi Torino 1955, p 402) Assumere un atteggiamento “adorante”, dato il riconoscimento della irriducibile straordinarietà dell’evento è l’origine della religione. “Togliersi i calzari dai piedi” è una richiesta normalmente interpretata alla luce della “differenza tra sacro e profano”, dato che il termine ebraico “qadosh” (‫ ) קָד ֹשׁ‬signi$ica “separato”, messo a parte, e perciò anche “altro, totalmente Altro”. Mosè entra in uno spazio “altro”, separato, “sacro” (dal lat. secerno, appunto “separare”). Eq naturalmente un’interpretazione corretta, ma a ben guardare c’è anche altro: il “sandalo” è il simbolo della “vita ordinaria”, del “camminare” di tutti i giorni, dell’andare e venire, del fare, del lavorare… “togliersi i sandali” signi$ica “uscire dall’ordinario”, per “entrare dentro l’evento straordinario è necessario uscire dalle proprie precomprensioni, che costituiscono la normalità della vita ordinaria, o almeno metterle in discussione, rinunciare alla loro ovvia “verità ”. Operare questa rinuncia è un atto di libertà . Si può fare o si può non fare. Si può scegliere di non entrare nell’evento, mantenendo i propri sandali ai piedi e tornare a “pascolare le pecore”, tornare alla sicurezza della vita ordinaria, oppure si può scegliere di entrare nell’evento “con i sandali ai piedi”, rovinando cosı̀ l’evento stesso e forse anche se stessi, più o meno come il proverbiale “elefante in una cristalleria”. Il primo atteggiamento è quello dello “scientismo”, ovvero di una interpretazione della scienza che la considri come l’unica forma di sapere vero e valido. Il secondo atteggiamento è quello di una $iloso$ia “riduzionistica” rispetto al fenomeno religioso, all’evento straordinario. Togliersi i sandali è un gesto di libertà e anche di liberazione che mette “tra parentesi” le proprie “ovvie” precomprensioni, che le rende cioè “relative” e toglie loro ogni forma di “assolutezza”. Questo atto di liberazione è l’incipit dell’esperienza religiosa e della apertura alla possibilità della rivelazione, del novum che essa porta. Lo “scientismo” e il “riduzionismo $iloso$ico” sono forme di “assolutizazione” indebita di ciò che vale solo sua iuxta principia, cioè di ciò che vale solo nei limiti del suo “sistema di riferimento” (la scienza) oppure nel suo senso originariamente critico (basato proprio sulla consapevolezza della “differenza ontologica” o, se si preferisce, della “differenza tra $inito e in$inito”, cosa che costituisce il cuore della $iloso$ia appunto). Si tratta, in effetti, di due forme di “idolatria”. Dio si presenta come in un certo senso “noto” e in un certo senso “ignoto”. Da un lato Egli si dice il Dio degli avi di Mosè : “E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè prova paura di fronte alla rivelazione della identità storica di Dio, cioè capisce che si tratta di un incontro effettivo con la realtà di un dio che si è già manifestato nella storia degli antenati. Poi al momento della richiesta del nome Egli si ritira nel suo riserbo: “Io sono colui che sono”. Secondo la mentalità semitica il nome corrisponde alla essenza della cosa e manifesta la superiorità di chi lo “possiede” conoscendolo. Come, ad esempio nel secondo racconto della creazione, l’uomo mostra la sua superiorità sugli animali, dando loro il nome (Gen 2, 19 - 20). In questo senso si deve interpretare il comandamento di non pronunciare il nome di Dio, che ha dato vita nella storia dell’ebraismo al tabù del nome divino, il sacro tetragramma JHWH (‫)יהוה‬, di cui ancora oggi non è nota uf$icialmente la pronuncia corretta, almeno dalla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., da quando cioè il sommo sacerdote, unico autorizzato a pronunciare il nome di Dio in occasione della “iom kippur”, ha dovuto smettere di tramandare questo segreto al suo successore. Il contenuto della rivelazione è un incarico da espletare nella spazio e nel tempo, cioè un fatto storico: liberare il popolo di Israele dalla schiavitù egiziana, fatto che diventerà l’evento fondatore della religione ebraica e che ancora oggi viene commemorato nella celebrazione della Pesaq. La rivelazione nasce qui dal fatto che “l’inesperibile” si mostra nell’esperienza. Esperienza di un uomo singolo ma che avrà un incarico “pubblico”, storico-sociale per “tutti”, nella dimensione della intersoggettività spazio-temporale. Esperienza che “sospende” l’ordinarietà della vita del singolo, attraverso un “non” che urta e “smonta le precomprensioni di quell’uomo. Ma c’è di più : Dio ordina a Mosè una impresa impossibile, una “mission impossible”, per dir cosı̀: andare a combattere la più grande potenza del mondo di quegli anni: il Faraone d’Egitto senza armi né esercito, cioè in una posizione che dal punto di vista “mondano” è una pura impotenza e qui entra in gioco l’elemento della “fede”, come $iducia, come “af$idamento” senza riserva a Dio. Questo “af$idarsi” implica il superamento totale delle proprie “precomprensioni ordinarie e ovvie” e implica anche la libertà del soggetto Mosè di dire “no”. Ma Mosè dice “sı̀” e da qui scaturisce l’evento fondatore dell’ebraismo. Sarebbe facile vedere come in tutti gli episodi di “vocazione” della Bibbia, tornino in modo tipico questi elementi: la sorpresa, la, paura, l’af$idamento di un compito “sovraumano” e il “sı̀” dell’uomo chiamato. Questi elementi sono evidenti anche nella vocazione di Maria a divenire “madre del Messia” (Lc 1, 26 - 38). Questi elementi rappresentano in modo tipico l’evento della “esperienza dell’inesperibile”. L’evento fondatore, qui colto nel suo accadere puntuale nello spazio e nel tempo, viene poi “narrato” e “celebrato” e da questa narrazione emerge la religione come culto-rito-memoriale. Il memoriale, il fare memoria, dell’evento fondatore nel rito produce la realtà dell’evento sempre e di nuovo anche per coloro che non erano suoi contemporanei nello spazio e nel tempo. Nella cena rituale della Pesaq, in cui il più anziano narra, dopo la domanda del più piccolo “perché questa sera è diversa da tutte le altre?”, ogni commensale è tenuto a pensare di essere stato presente all’evento narrato di persona: attraverso il rito come memoriale ognuno può fare l’esperienza dell’inesperibile sempre, dovunque e di nuovo. Cosı̀ accade anche nella Eucaristia cristiana: chi partecipa alla “santa cena” è come se fosse oggi presente agli eventi della morte e resurrezione di Gesù di Nazaret, eventi che fondano il cristianesimo come religione. Il rito è una sorta “macchina del tempo”: elimina la distanza temporale (e spaziale). Qui nasce anche l’idea, propria del cristianesimo, che tali eventi abbiano in verità un signi$icato che entra nella dimensione dell’eternità , nella dimensione di Dio e dicono qualcosda di fondamentale sulla stessa “identità di Dio”. Tali eventi rompono il “pregiudizio di Lessing”, secondo cui: “Casuali verità storiche non possono mai diventare la prova di verità necessarie”. [“Zufällige Geschichtswahrheiten können der Beweis von notwendigen Vernunftswahrheiten nie werden”. (Lessing, Über den Beweis des Geistes und der Kraft, 1777)]. A partire dall’evento della irruzione dello straordinario nell’ordinario dell’eterno ritorno dell’identico, l’uomo modi$ica la sua immagine di Dio e qui si apre la crisi classica contenuta nel problema della relazione tra “il Dio dei $iloso$i” - ovvero il Dio che nasce dalla semplice ri$lessione umana sulla propria condizione e sul senso dell’essere - e “il Dio della rivelazione” - ovvero la nuova immagine di Dio che sorge dall’incontro con l’inesperibile. Ma il fatto è che il Dio dei $iloso$i tende a togliere, come abbiamo visto sopra, la possibilità stessa della “relazione” che costituisce la religione. Questa relazione ci conduce dentro quella che per la “sola ragione” è e deve restare un “paradosso”. La relazione stessa tra il Dio dei $iloso$i e il Dio della rivelazione deve restare aperta e non deve essere, per cosı̀ dire, sciolta dividendo e separando le due diverse immagini di Dio o, peggio, addirittura facendole valere l’una contro l’altra. La relazione paradossale tra queste due “teologie” è espressione della relazione che anima l’uomo religioso tra la sua “laicità ” e la sua “fede”: l’uomo vive in questo mondo con lo sguardo aperto verso l’eternità di Dio, a cui si sente chiamato, in un paradosso che può diventare anche con$litto, come nel caso di Giobbe e della Teodicea in generale, ma che deve restare aperto nella fede che nella sua essenza è spes contra spem, “sperare contro ogni speranza” (Rm 4, 18). Il testo di Esodo 3 è evidentemente molto più ricco della semplice interpretazione del suo senso come base per la costruzione della classica “Meta$isica dell’Esodo”, ma ciò non signi$ica che tale interpretazione debba essere rigettata come falsa, inconsiderazione anche e soprattutto della sua “storia degli effetti” [Wirkungsgeschichte]. In questo testo possiamo vedere “fenomenologicamente”, in qualche modo alcuni elementi essenziali dell’esperienza religiosa in generale, gli elementi di una $iloso$ia della religione. Non a caso il manuale forse più “completo” oggi disponibile di $iloso$ia della religione è quello di Jean Greisch intitolato a questa esperienza emblematica. (Jean Greisch, Le Buisson ardent et les Lumières de la raison. L'invention de la philosophie de la religion, Paris, Cerf, 2002-2004 coll. « Philosophie et Thé ologie »). Del resto la tradizione teologica e $iloso$ica occidentale, almeno nella sua epoca d’oro, quella medioevale, si è sempre dimostrata, per dir cosı̀, “accorta” e attenta a non ridurre le due teologie, quella $iloso$ica e quella rivelata, in una; a impedire questa “riduzione” ha sempre valso la consapevolezza del mistero di Dio e della sua inde$inibilità , presente nei due “pilastri” del pensiero cristiano: Agostino d’Ippona e il Corpus Dionysiacum. Dio non si può conoscere, non è “oggetto di scienza”, eppure di lui dobbiamo parlare, cioè dobbiamo fare “Teo-logia”, sia con la “sola ragione” che con “l’ascolto della sua parola-evento nella storia. Anzi dobbiamo mantenere aperta questa relazione, che in fondo nella sua sostanza, è la relazione tra Dio e l’uomo. Eq necessario percorrere la via della ragione $ino in fondo, $ino a mostrare il luogo della apertura verso la possibilità della rivelazione o, se si preferisce in modo più generale, mantenendo la ragione “aperta” verso il mistero di Dio. L’uomo è l’essere della “apertura” verso il mistero di Dio. Questa apertura si può chiamare anche “religione” in senso ampio, o forse, meglio ancora apertura verso “possibilità della esperienza religiosa”, come esperienza dell’inesperibile. Resta il fatto che l’uomo comprende se stesso a partire dall’immagine di Dio che si trova ad avere (Teologia ordinaria dell’uomo qualunque), a discutere (Teologia del $ilosofo), a relativizzare (Teologia rivelata): ogni uomo ha una certa “idea di Dio”, una certa qual teologia, ateo incluso. Il $ilosofo discute criticamente quella idea e la porta alla sua purezza essenziale (storia della teologia $iloso$ica), se Dio si rivela nella storia dell’uomo, entrambe quelle teologie sono “ridimensionate”, dal momento che Dio stesso “parla di sé ”, cioè rivela il suo “nome”, ma mentre lo rivela anche sempre lo nasconde. Dio si nasconde e si rivela “sub contraria specie” (Lutero) e la teologia della gloria deve sempre essere in relazione con la teologia della croce, senza sostituzione o riduzione dell’una all’altra, ma mantenute entrambe in una feconda relazione paradossale.
About the author
FACOLTÀ TEOLOGICA DELL'ITALIA CENTRALE, Faculty Member

Alessandro Corsi è nato il 3 giugno 1966 a Pontedera (PI). Ha formato la sua prima sensibilità filosofica al Liceo Classico “Andrea da Pontedera”, dove si è appassionato alla disciplina sotto la guida del prof. Valerio Meattini, allievo di Giorgio Colli. Presso l’Università di Pisa ha intrapreso inizialmente gli studi di storia della filosofia antica e medievale con i professori Walter Leszl e Roberto Del Punta, concentrandosi sul pensiero di Aristotele. Maturata poi una forte attenzione per l'opera di Martin Heidegger, nel 1990 ha conseguito la Laurea in Filosofia con una tesi dal titolo “Physis: Heidegger e Aristotele” (relatori i proff. Massimo Barale, Leonardo Amoroso dell’Università di Pisa e Franco Volpi dell’Università di Padova). Nel 1992 ha conseguito il Diploma in Scienze Religiose presso l’ISSR “Beato N. Stenone” di Pisa con una tesi sulla “Filosofia della religione di Italo Mancini come ermeneutica dell’evento salvifico cristiano. Problemi e prospettive” (relatore prof. Adriano Fabris). Determinante per la sua formazione esegetica e teologica è stato l'incontro con il prof. Roberto Filippini (oggi vescovo emerito di Pescia), allora docente di Teologia fondamentale e Nuovo Testamento in questo istituto. Ha proseguito la sua formazione accademica conseguendo nel 1995 il Dottorato di Ricerca in Filosofia della Religione presso l’Università di Perugia (coordinato dal prof. Albino Babolin), difendendo una tesi su “Il pensiero religioso di Nathaniel Culverwell (1619 - 1651). Per una “preistoria” della Filosofia della Religione”” nell’ambito del platonismo cantabrigense, con il prof. Mario Micheletti (università di Siena) come tutor. La sua attività didattica accademica è iniziata nel 1996 presso l’ISSR “Beato N. Stenone” di Pisa, dove ha insegnato Introduzione alla Filosofia, Storia della Filosofia antica, Storia della filosofia moderna e contemporanea, e Filosofia della Religione. Successivamente ha tenuto i corsi di Storia della filosofia moderna e contemporanea, Fenomenologia della religione e Filosofia della religione presso l’ISSR della Toscana “Santa Caterina da Siena” (collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale). Attualmente insegna Storia della filosofia contemporanea presso l’ISSR della Toscana (polo di Pisa), oltre a Filosofia della religione e Storia della filosofia contemporanea presso lo STI “E. Bartoletti” di Pisa. - Alessandro Corsi “Il Pensiero religioso di Nathaniel Culverwell (1619-1651) Per una preistoria della Filosofia della Religione” – Tesi di Dottorato in Filosofia della Religione (1995) - Alessandro Corsi “Etica e Religione in Hans Küng. Modernità e incarnazione di Dio” – In “Filosofia e Teologia” 1/96 pp. 91-98 - Alessandro Corsi “Dal Punto di vista antropologico. Sulle condizioni di possibilità del dialogo interreligioso”. In “Euntes Docete”, Nova Series LXI 2008/2 pp.59-71 - Alessandro Corsi, “Teodicea versus Apocalisse: il virus nel “migliore dei mondi possibili”, in AAVV, La prese per mano e la rialzò, a cura di A. Biscardi, ed Meridiana, Firenze 2021

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