Analisi fenomenologica di Es 3 14
2026, Alessandro Corsi, Scritti di filosofia della religione, KDP
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8 pages
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Abstract
Breve capitolo tratto dal libro Scritti di filosofia della religione. Lettura di Esodo capitolo 3, come fenomenologia della origine e della forma della religione.
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Il mito nel cristianesimo. Per una fondazione metaforica della teologia, 2011
Il saggio descrive il dibattito sul mito nel cristianesimo nel Novecento, a partire dalla demitizzazione liberale di Harnack, Schweitzer, Troeltsch, fino alla demitizzazione di Bultmann e al dibattito suscitato. Infine, le tesi di Kelsey, si cerca di mostrare la natura metaforica del linguaggio teologico.
Il differire della metafora Il differire della metafora Gaetano Lettieri Il differire della metafora Il transfert del desiderio da Gregorio di Nissa e Agostino a Ricoeur e Derrida Gaetano Lettieri Gaetano Lettieri Il culmine della tradizione patristica greca e latina, rappresentato da Gregorio di Nissa e Agostino, può essere restituito come riflessione divergente sulla metafora, cioè sul potere analogico o carismatico di traslazione del desiderio. Al suo stesso interno la teologia matura di Agostino approda al riconoscimento dello scarto teologico tra due livelli di rivelazione e di senso. Alla platonizzante metafora ontoteologica (lex di translatio dai signa sensibili alla Res trascendente di Dio), ereditata dalla riflessione teologica origeniana nella sua reinterpretazione cappadoce, Agostino sovrappone una metafora differente, "apocalittica": l'evento indisponibile dello Spiritus, il Dono indebito di grazia, pensato come Metafora carismatica, Transfert della santa concupiscenza, che elegge la peccaminosa libertà dell'uomo, muovendola irresistibilmente alla salvezza. Pensatore di Dio come Essere immutabile e confessore dell'evento della grazia, iniziatore della storia occidentale della memoria abitata da Altro come scaturigine delle ermeneutiche della storicità, Agostino continua ad essere privilegiato oggetto di interpretazione di due importanti e divergenti teorie contemporanee della metafora: l'ermeneutica dell'incondizionato e l'ontologia dell'inesauribile di Ricoeur e la decostruzione aperta all'evento del "Vieni!" di Derrida. Ma mentre la decostruzione del cristianesimo di Derrida privilegia l'interpretazione del dono e della decisione passiva dell'antiumanistico Agostino, la prospettiva di Ricoeur converge con quella umanistico-cristiana di Origene e ancor più con quella di Gregorio di Nissa. Il più speculativo dei Padri cappadoci "inventa" il pensiero dell'infinità incomprensibile di Dio, dell'intelligenza come sapere congetturale dell'inesauribile, del desiderio spirituale come protensione infinita nell'interpretazione allegorica delle metafore analogiche, attraverso le quali il Logos chiama la libertà della creatura alla responsabilità di una testimonianza fedele, quindi a un'impossibile, eppure estatica unione mistica. Se Agostino e Gregorio propongono due diverse intelligenze dell'intimo differire del pensiero teologico, quindi due diverse interpretazioni del transfert del desiderio cristiano e del suo paradossale godimento, essi continuano a differire nella ricerca rigorosamente filosofica, non dogmatica e laicamente decostruttiva di due dei massimi pensatori contemporanei. Gaetano Lettieri (Roma, 1961) è professore ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese e di Storia delle dottrine teologiche presso Sapienza Università di Roma. Indaga la storia del pensiero cristiano dalle origini alla contemporaneità e ha studiato genesi delle eresie e mito di Simon Mago, gnosticismo, teologie patristiche e loro fortuna medievale e moderna, storia dell'ermeneutica biblica e della mistica cristiana, teologia politica, secolarizzazione e dispositivo cristiano operante nell'idea di democrazia. Sta portando alla luce un finora ignoto Machiavelli cortigiano "pontificio", interprete antiluterano di Erasmo e protagonista nelle guerre ideologiche e militari dei papi medicei.
Throughout the 19th and 20th centuries, language undoubtedly constituted a strong topic of philosophical interest both in Eastern Europe and in the West. Following in particular Florensky’s conception of speech and language as living organisms structured in an antinomic way, we come to grasp their fundamental symbolic meaning. According to a gradual development of increasing semantic depth, the symbolism rises from a common word to a poetic-religious word, which sings of the splendour of the Saint. Likewise, language and poetry are for Heidegger fundamental forms of the event of being and of his truth, which manifests itself as sacred. Here then is the need for a basic decision to emerge, between the inevitable uncertainty due to the concealment of the sacred, and a possible apophaticism which, without exhausting its Essence, knows it can name the Saint. Lungo l’Ottocento e il Novecento il linguaggio ha senza dubbio costituito un forte argomento di interesse filosofico tanto nell’Oriente europeo quanto in Occidente. Seguendo in particolare la concezione florenskijana della parola e del linguaggio quali organismi viventi strutturati antinomicamente, si giunge a coglierne la fondamentale portata simbolica, che, sviluppandosi secondo gradi di profondità semantica crescente, si eleva dalla parola comune fino al dire poetico-religioso che canta la luminosità del Santo. In modo analogo, linguaggio e poesia sono per Heidegger forme fondamentali dell’evento dell’essere e della sua verità, che si manifesta come il sacro. Ecco allora palesarsi la necessità di una fondamentale presa di decisione, tra l’inevitabile incertezza dovuta al nascondimento del sacro, e un possibile apofatismo che, senza esaurirne l’Essenza, sa di poter nominare il Santo.
<<La vita umana vive anzitutto del mito>>. Così Raimon Panikkar introduce nel suo “Mito, fede ed ermeneutica - Il triplice velo della realtà” il mito nell’incipit della sua riflessione, legando saldamente il mito all’esperienza umana in tutte le sue dimensioni. Dimensione simbolica, mistica, religiosa, antropologia, filosofica o come ama dire lui stesso “cosmoteandrica”, inclusiva della realtà cosmica, divina e appunto umana che l’uomo vive. E questo mito non è solo idea o concetto o favola esistenziale. E neppure mito-logia. E’ un linguaggio universale che, tolto il velo che insieme vela e svela (ri-vela) la realtà, diventa paradigma di una nuova concezione del mondo e delle cose. Una concezione attuale che non può rimanere solo uno statico concetto, ma diventa azione, esperienza, propulsore di un cambiamento che si coniuga nella vita di tutti i giorni. Se così non fosse qualunque disciplina speculativa sarebbe arida e sterile. Il mito allora è il fondamento di una comprensione della realtà e la fede, come suo simultaneo compimento e quasi naturale conseguenza e insieme suo superamento, diventa strumento di tale comprensione. Il Reale infatti, come insegna anche la matematica, ha una ‘potenza’ tale per cui le categorie umane di pensiero e azione non bastano. I vari modelli e sistemi filosofici hanno provato a descrivere la Realtà, a comprenderne i fondamenti. Sono sorti sistemi dualistici (soggetto-oggetto; forma-materia, pensiero-essere) o monistici (sostanza; noumeno; idea, ecc…) o combinazioni di entrambi. La stessa cosa hanno fatto e continuano a fare le religioni. Filosofia e religione, di fatto, sono due ‘funzioni’ che insistono sullo stesso dominio di esistenza, si direbbe nell’analisi matematica. Ma ovviamente hanno andamenti diversi nella storia, in Oriente e in Occidente, per ogni singolo uomo o donna del pianeta. Ma per comprendere il Reale, occorre ‘affidarsi’ al Reale. Occorre che la dicotomia soggetto-oggetto, per esempio, non solo venga superata ma sia risolta, come risolvere un’equazione o un problema. La fede, in questo senso, è la via verso il Reale, Reale che è il Divino e quindi l’atto di fede è questo affidamento ad un potere che è quello del divino. Tutto ciò comporta una (re)interpretazione del Reale, (re)interpretazione che avviene attraverso le categorie del mito e della fede, del linguaggio e del simbolo e che, per quanto possibile, svolga e sia tramite di quel passaggio ineluttabile, nel singolo come nella storia, da mythos a logos, dal cuore alla mente, dalla natura alla cultura. In tal modo l’uomo si può autocomprendere. E si può raccontare, può parlare di se stesso e del suo rapporto col Mondo. Possiamo amare di un amore vero ma servono dei gesti, delle parole per dire questo amore. E queste parole e questi gesti devono essere compresi e inclusi in un contesto in cui la comunicazione è possibile, ovvero che giunga al destinatario del messaggio almeno secondo i criteri minimi della teoria dell’informazione: ovvero che sia comprensibile e il meno affetto possibile da errori. Questo passaggio obbligato, questa ‘caduta’ dal mythos al logos deve produrre qualcosa di nuovo. Una nuova coscienza, la fede, frutto di una nuova e sempre meravigliosa (thaumazein) esperienza del Reale, il mito. Ma una fede re-mitizzata, una fede+mito, come nuova categoria filosofica e nuova dimensione del nostro cammino nel disvelamento del Reale. La fede nata dalla conoscenza e dall’ascolto (fides ex auditu) necessita quindi del completamento del mito che viene insieme alla parola (mythos ex tou logou). Solo così le parole (all’interno del mito) possono avere dei significati e la rivelazione contenuta nel principio può divenire udibile, comprensibile e testimoniabile. Questo lavoro di tesi, partendo dagli studi di Raimon Panikkar sul mito e sulla fede si pone come obiettivo quello di rivalutare il mito sia come simbolo sia come categoria di pensiero, sia come “illusione” necessaria ad un approccio corretto alla Realtà, dimostrando come il mito stesso sia indispensabile alla e in continuità con la fede che, anzi, re-mitizzata può con una nuova energia fornire una chiave di risposta e soluzione ad un Reale che sembra, ai nostri giorni, divenire sempre più complesso, artificioso e poco interpretabile. Mito e fede come ‘cuore’ e ‘mente’, come ‘oggetto’ e ‘soggetto’, come ‘essere’ e ‘pensiero’ risultano quindi necessari ad una interpretazione non parziale ma integrale della Realtà. Per fare tutto ciò utilizzeremo, come è già evidente da quanto appena scritto, alcune delle categorie e degli strumenti della filosofia, ponendo attenzione al fatto che se la filosofia perde il contatto con la Realtà si consegna solo nelle mani del logos, di una speculazione arida e meno che mai salvifica. La filosofia invece avrà qui il compito di condurci attraverso il mito e in particolare il mito come esperienza (che è esperienza del Reale) alla fede, una fede re-mitizzata, una fede+mito, vista come adesione cosciente e piena al Reale stesso. <<Non c’è vita umana senza fede>>.
L’obiettivo che ci si propone in questa relazione consiste nel voler considerare la preghiera un atto rituale e un autentico atto dell’uomo. Si tratta di raccogliere il tema della Liturgia delle Ore in ordine all’umanità dell’uomo. L’idea è quella di rivalutare l’atto rituale come luogo originario di espressione umana e di conseguenza la sua verità e attuazione nell’evento liturgico. Si tratta di evidenziare le dinamiche antropologiche operanti nell’atto rituale, sottolineando in particolare le dimensioni temporale e linguistica attraverso le quali il soggetto assume l’evento della preghiera come evento della sua umanità. La tesi rilevante si fonda sulla considerazione della verità teologica della celebrazione cristiana che ha un rapporto sostanziale con l’attuazione del soggetto. Parlare del rito significa parlare dell’uomo e della sua esperienza. La preghiera è sempre l’esperienza che si fa di essa e quindi antropologicamente qualificata. L’approccio proposto in questa sede porta a riconoscere l’esperienza e l’identità umana che soggiace alla preghiera rituale mostrando, di volta in volta, come la preghiera possa essere un luogo di divenire del soggetto. In una lettura inclusiva, l’intento è quello di ripristinare il legame sul quale si gioca la verità della liturgia e la verità dell’uomo. La questione quindi ultimamente riguarda il valore antropologico della celebrazione ovvero la dimensione liturgica dell’esistenza. La prima parte della riflessione sulla fenomenologia culturale del pregare ci condurrà a prendere contatto con alcune problematiche fondamentali nelle quali si rivela lo stato culturale della preghiera e da cui nascono ulteriori questioni. La crisi della preghiera costituisce l’orizzonte costante della riflessione teologica, perché queste fratture non sono state ancora risanate e il pregare rituale nella modernità avanzata continua a porre molte domande, particolarmente perché e come può la preghiera nutrire l’umanità dell’uomo. Le linee di un nuovo percorso ermeneutico cercheranno di recuperare la figura olistica della preghiera rituale e il suo profondo appello all’umanità dell’uomo. Si comprende quindi perché il senso della preghiera debba essere ricollocato nell’alveo del tempo e del rito, come superamento di una precedente rimozione, facendo riemergere il legame profondo tra la preghiera rituale e l’umanità dell’uomo. L’attenzione moderna alla libertà e alla soggettività ha comunque consentito di recuperare la preghiera dallo snaturamento oggettivistico in cui è caduta e di dischiudere nuovi orizzonti alla comprensione dell’atto orante quale atto e rapporto esistenziale, la cifra della realizzazione del soggetto – homo orans. Questo è in sostanza il registro riflessivo scelto per tentare di superare l’estrinsecismo tra la preghiera e l’umanità, nell’intenzione che esso non solo recuperi ma mostri il legame vivente che intercorre tra vivere e pregare rituale. Il compito di un’ermeneutica costruttiva consiste nel recuperare l’oggettività della preghiera rituale, sottraendola alle derive del moderno e integrandola nelle dimensioni fondanti dell’umanità. Si tratta di superare l’insufficienza oggettivistica, riduttivistica o soggettivistica per poter riconsegnare la verità della preghiera rituale all’umanità dell’uomo. Il nostro procedimento riflessivo si predispone in prospettiva trascendentale sollevando l’interrogativo sulle condizioni per le quali l’esperienza della preghiera rituale diviene realmente possibile. Qui emergono gli aspetti propri dell’atto orante e delle sue condizioni antropologiche, nello specifico la struttura del tempo e le modulazioni che il rito rispecchia nella coscienza, particolarmente la modalità soggiuntiva del come se che si mostra costitutente nella memoria rituale. Ciò che il pensiero moderno non ha considerato nell’ordine della pratica orante – il tempo – qui viene assunto in modo pienamente riflesso. Il cuore del problema è il rapporto tra rito e tempo. Una fenomenologia del tempo rituale potrà suggerire i primi passi per una nuova integrazione tra uomo e rito, proprio perché l’esistenza è temporale e l’accesso alla trascendenza è mediato dall’evento in cui Dio si è storicamente rivelato in Cristo. Il compito dell’ultimo passaggio consiste nel far vedere come la parola liturgica sia di mediazione con l’identità del soggetto credente. La preghiera è azione che accade nelle parole. Essa non è un discorso insensato, come la giudicavano i filosofi del sospetto, ma luogo privilegiato in cui si osserva la mediazione linguistica dell’uomo. Il versante linguistico è un campo privilegiato per evidenziare la radicalità umana del pregare, l’espressione e lo specchio dell’umanità. Nelle parole del rito si realizza l’agire di Dio e il divenire dell’uomo. La preghiera è una struttura fatta di fede-fiduciale in Cristo, realmente efficace se compiuta attraverso atti totalmente efficaci e l’efficacia di un'azione linguistica orante implica il riconoscimento della verità del suo contenuto proposizionale e della verità dell’orante. Proprio dall’atto del pregare emerge quanto il soggetto sia essenzialmente mediato dal linguaggio. Chi sono diventa palese attraverso una rappresentazione temporale e narrativa. L’identità dell’uomo è interposta nel legame tra tempo e racconto. Il chi sono affiora grazie ad una storia raccontata e agli atti linguistici che la compiono. Nella preghiera rituale il chi sono si impone per mezzo dell’incontro con la storia e la parola di Dio. L’orante esprime se stesso all’interno della Parola di Dio e della tradizione orante con Dio e la Chiesa comunicano. In questo percorso delineato si torna al punto nodale dell'identificazione e riconoscimento dell'identità del soggetto agente/orante perché la preghiera apre l’accesso a Dio e alla propria umanità. Diversamente dalla concezione moderna della preghiera come salto dal naturale al sopranaturale, la preghiera consiste nel prendere coscienza e nell'accedere, veritativo e illuminante, alla propria umanità. Così una grammatica della preghiera rende comprensibile non solo le azioni linguistiche ma lo stesso soggetto orante. La preghiera diventa così la cifra ontologica dell'umano, la cifra attraverso la quale l'uomo si apre a Dio trascendente, ma anche accede al mistero del sé. Il mistero di Dio e il mistero dell'uomo si rendono presenti nella celebrazione rituale, perché sono fin dall'inizio reciproci: «L’uomo è chi non può essere (detto) senza Dio e Dio è chi non vuole essere (detto) senza l’uomo. (...) biblicamente infatti l’uomo non è mai pensato senza Dio, ma viceversa, anche Dio non è mai raccontato senza l’uomo». Pregare è allora un opera interminabile di dire l’uomo e dire Dio: la costruzione della nostra umanità a partire dalla celebrazione del tempo e della parola, l’opera di fede appunto che coinvolge l’uomo in tutta la sua umanità, annodando i fili di totalità che saranno compiuti solo nella liturgia celeste.
Sulla soglia tra filosofia e teologia, 2019
Spielräume Gottes und der Menschen», in r. Feiter (ed.), Ausgewählte Schriften, Gemeinschaft als Bild Gottes. Beitrage zur Ekklesiologie, 5, cit., pp. 363-368. 6 Cf. K. HeMMerle, Leben aus der Einheit. Eine theologische Herausforderung, Herder, Freiburg-Basel-Wien 1995; trad. it. Partire dall'unità: la Trinità come stile di vita e forma di pensiero, peter Blättler (a cura di), Città Nuova, Roma 2013. 7 K. HeMMerle, «Pilgerndes Gottesvolk -geeintes Gottesvolk». Eine Weg-Skizze, in r. Feiter (ed.), Ausgewählte Schriften, 5, cit., pp. 85-103. Introduzione 8
e l'"esistenziale soprannaturale" 1. Per la pista che fa segno in direzione di un rapporto non estrinseco tra filosofia e teologia incontriamo innanzitutto K. Rahner, la cui «proposta articolata si presenta come un tentativo da cui è impossibile prescindere nella ricostruzione della storia della teologia contemporanea». 1 Verweyen ritiene di riconoscere il suo progetto di una filosofia prima -a cui abbiamo accennato -nelle opere iniziali di Rahner, Spirito nel mondo (1939) e la prima edizione di Uditori della parola (1941); ma in seguito l'idea di una filosofia autonoma viene abbandonata per l'introduzione del concetto di "esistenziale soprannaturale". 2 Quello che per Verweyen fa la differenza -a prescindere dalla correttezza della sua critica -è uno dei capisaldi del pensiero rahneriano espresso nella maniera più chiara possibile nel suo Corso fondamentale sulla fede: «Non dobbiamo preoccuparci di distinguere metodologicamente nella maniera più pura possibile tra filosofia e teologia. Anche la più originaria filosofia dell'esistenza umana, quella che si fonda su se stessa ed è la più trascendentale, viene elaborata solo in seno all'esperienza storica. Anzi essa è addirittura un momento nella sto-----------1 R. FISICHELLA, "Oportet philosophari in theologia", 510. 2 Cf. H. VERWEYEN, "Teologia e Filosofia: fecondo dialogo o conflitto insanabile?", 286-287; "Wie wird ein Existenzial übernatürlich?", Trierer theologische Zeitschrift 95 (1986) 115-131. Parole chiave: rapporto filosofia e teologia, Magistero di Benedetto XVI, Karl Rahner, Martin Heidegger.
Enthymema, 2013
A partire dalla scrittura, dalla sua condizione attuale -l'alfabeto -e secondo i criteri dell'esperienza della psicanalisi, è possibile riconsiderare e anche rifondare una teoria del linguaggio. La traduzione, atto psichico per eccellenza secondo Freud, consente un'analisi particolare sia del tema della scrittura, sia del valore dell'alfabeto e anche del senso del logos. Questo itinerario si svolge riferendoci a quanto ha prodotto la cultura ebraica, e in particolare il suo versante «sapienziale» a partire dai profeti anteriori per arrivare ai kabbalisti e alle culture non ortodosse e non religiose come quella yddish e chassidica. La teoria della lingua che ne deriva è estremamente complessa rispetto alla linguistica comparsa in Occidente con Ferdinand de Saussure. La sapienza ebraica consente di chiarire con perfetta precisione teorica la differenza fra «reale» e «realtà», precisione teorica che resta impossibile affidandosi alla sola cultura greca che, attraverso il termine phýsis permette la sola esplorazione del «reale». Avvicinando la cultura antica e quella classica dell'ebraismo possiamo affermare che, per gli umani, il reale è senza lingua, mentre la realtà è solo lingua.
Thesis ad Licentiam in Sacra Liturgia - Pontificio Istituto Liturgico, 2007
Odo Casel e Romano Guardini, due indubbi protagonisti del Movimento liturgico tedesco, le cui intuizioni hanno significato enormemente per la riflessione teologica e liturgica della Chiesa nel sec. XX. Pur con posizioni e prospettive non sempre complementari, i due autori, in una selezione di scritti a tema, riscoprono la categoria antropologica e teologico-sacramentale di "iniziazione". Iniziati dal rito, iniziati alla fede
alessandro corsi